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Le forme che abitiamo: il museo del design di Copenaghen

museo del design di copenaghen

Se le forme fossero parole, il design sarebbe una lingua e il Designmuseum Danmark, il museo del design di Copenaghen, il suo vocabolario.

Una facciata settecentesca grigia e austera (in passato era un ospedale) fa da contenitore neutro a una delle più grandi ed eterogenee collezioni di linee, forme, colori, superfici e materiali. Il museo del design di Copenaghen, infatti, racconta la storia del disegno industriale danese, e non solo. Lo sforzo di un popolo, nel tempo, di dare allo spazio e agli oggetti che utilizziamo una forma a misura d’uomo.

Il culto del design danese, fiorito negli anni Cinquanta con la produzione industriale di massa, è esportato in tutto il mondo e, con esso, un po’ di quella hygge, termine intraducibile che indica l’amore dei danesi per le piccole e semplici cose fatte con calore.

La Danimarca è forse la nazione più legata al concetto di design. Ne ha fatto uno stile di vita, tanto che secondo qualcuno il modo migliore per capire questa attitudine non è visitare un’esposizione, ma entrare nelle case dei danesi, lì dove oggetti e arredi vengono vissuti e utilizzati ogni giorno.

In effetti, se ci pensiamo, un museo del design è un piccolo paradosso. Qui le cose non si possono toccare, come verrebbe logico fare. Non ci si può sedere sopra, non ci si può coricare, non si possono accendere e spegnere, non ci si può infilzare il cibo. Si possono solo guardare. Eccezion fatta per la maxi sedia laccata di rosso cremisi posizionata all’ingresso, prima della biglietteria, che, oltre a fornire un richiamo irresistibile per gli instagrammer,  invita a tornare un po’ bambini, arrampicarsi su e sentirsi piccoli.

Visitando il museo del design di Copenaghen, come spesso mi accade in tante cose, ho sbagliato direzione. Ma questo errore si è rivelato un’occasione per fare un percorso anticonvenzionale in senso inverso, partendo dalle creazioni più recenti, che hanno perso un po’ quell’essenzialità spinta del design scandinavo delle origini, per cedere spazio a tocchi di artisticità e, talvolta, scarsa praticità.

Uno dei primi oggetti che incontro è un curioso vermiciattolo in ceramica giallo ocra. Sembra un piccolo alieno alto più o meno venti centimetri, senza braccia, ma appoggiato su tre minuscole zampette e con in cima due specie di occhi. La targhetta dice “glass”, “bicchiere”. “Bicchiere”, mi ripeto. Resto un po’ a fissarlo e a interrogarmi su come si possa bere da questo aggeggio, forse attraverso uno degli occhi che pare avere una cavità all’interno. Ma è un mistero che probabilmente non risolverò mai.

Proseguo in una fitta sequenza di posate, bottiglie, sedie, divani, lampade, manifesti pubblicitari. Una bicicletta con il telaio in rigidi listelli di legno rettangolari, è appesa al soffitto come uno dei Mobiles di Calder, l’artista delle sculture aeree fatte per essere osservate dal basso.

Nella sezione dedicata agli anni Sessanta non si può non notare una piccola coloratissima cascata di lampadari, tutti uguali, come fiori appesi a testa in giù. Ognuno è composto da una semplice sfera tagliata a metà, come un’insalatiera capovolta, in plastica lucidissima dai colori bianco ottico, rosso vermiglio, argento e indaco.

Via via che percorro le stanze, andando indietro nei decenni, gli oggetti e gli arredi si spogliano del superfluo. Diventano più minimali, più struttura e meno decoro. Un processo che si può leggere per intero nella galleria delle sedie, un tunnel in cui entrare come in un caleidoscopio dove, alle pareti, si possono ammirare decine di sedie allineate come quadri su tre file orizzontali.

E’ curioso come un oggetto tanto banale sia diventato un vero e proprio caso di studio sulla forma dell’uomo e su come farlo stare comodo. Nella galleria del museo del design di Copenaghen, ogni sedia, proprio come un quadro, ha un nome e un autore.

La “pavone” di Wegner ha uno schienale alto e ovale composto di listelli di legno a raggera. La “formica” di Jacobsen, semplicissima e operosa, ha una seduta leggera in caldo legno di rovere che segue fedelmente l’ondulazione del corpo umano e poggia su quattro sottili gambe di metallo; è la “sedia da bar” per eccellenza, la più funzionale, pensata per essere fabbricata in massa e impilata una sull’altra. La “uovo”, sempre di Jacobsen, è invece una poltroncina imbottita dalla forma sinuosa e avvolgente. C’è anche l’icona pop disegnata da Verner Panton negli anni Sessanta, una colata di plastica a forma di “S” che forma un unico pezzo, senza viti, giunture o incastri, ripetuta in infiniti colori fluo.

Un unico oggetto, un’unica funzione, mille forme. E’ questo, credo, il fascino del design: quante risposte possiamo dare alla stessa domanda?Per concludere la visita al museo del design di Copenaghen, non si può non fare un salto al negozio del museo, uno dei migliori della città, dove si possono trovare bellissimi libri, oggetti per la casa e alcuni articoli selezionati dai migliori stilisti di moda della Danimarca.

All’interno del museo c’è anche l’elegante Klint Cafè, il raffinato bar-ristorante il cui nome ricorda quello che da molti è considerato il pioniere del disegno industriale danese. In estate si può fare anche una pausa tra i tavolini all’aperto nel cortile del palazzo, dove periodicamente si svolgono anche incontri e performance teatrali.

Il museo del design di Copenaghen ospita anche mostre temporanee. Tra le più interessanti, quella dedicata al centesimo anniversario del Bauhaus nel 2019.

Per completare il vostro viaggio nel design danese, però, non dimenticate di tenere gli occhi sempre aperti. Nelle case, nei negozi, nei bar e ristoranti, persino nelle strade. A Copenaghen lo stile è ovunque.

(photo credits Serena Marchini)

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