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Un’auto color del mare

Come molte cose a Cipro Nord, la stazione della dogana di Ledra Street sembra rimasta indietro di cinquant’anni. Un baracchino scrostato circondato da un’atmosfera dimessa.

Attraversare il confine che divide la capitale tra la Repubblica di Cipro, a sud, di cultura greca e paese UE, da Cipro Nord, riconosciuta come stato soltanto dalla Turchia, non consente solo di sperimentare il brivido di trovarsi nell’ultima città divisa al mondo, ma anche di fare un vero e proprio salto nel tempo.

Come nella Berlino della Guerra Fredda, ma in salsa mediterranea, c’è una Nicosia che somiglia a qualsiasi altra moderna città europea, Starbucks e H&M compresi. E poi, al di là del checkpoint, c’è una Nicosia polverosa e arretrata, dove l’intonaco delle case si è consumato senza che nessuno lo riparasse, le insegne delle botteghe non sono luci al neon ma scritte sbiadite e gatti magri si aggirano in strade piene di buche.

Siamo qui per attraversare il confine e per noleggiare una macchina. Atterrati nella parte greca dell’isola abbiamo scoperto, infatti, che i greco-ciprioti non si fidano dei colleghi turchi e viceversa. Per cui nessun autonoleggio ci affitterebbe un’auto con cui viaggiare da una parte all’altra del confine.

Per entrare a Cipro Nord ci serve un documento, che viene rilasciato sul momento. L’ufficio visti si trova nella “linea verde”, la zona cuscinetto che separa le due Cipro, sorvegliata dai caschi blu dell’Onu. Dietro allo sportello c’è un uomo annoiato. Gli allungo il passaporto, scarabocchia il mio nome su un pezzo di carta poco più grande di uno scontrino, ci stampa sopra un timbro con un colpo deciso e me lo consegna. Prima di andarcene, gli chiediamo se conosce un autonoleggio in città e lui, senza dire una parola, scrive un indirizzo su un altro foglietto. Ci avviamo verso un taxi sgangherato. Mi volto indietro e vedo la bandiera greca sventolare sull’altro lato della città. Davanti a me, invece, la rossa bandiera turca.

Il taxi ci lascia all’indirizzo suggerito dal doganiere, che scopriamo non essere altro che un distributore di benzina. Qui, due turchi ben piazzati ci vengono incontro e ci accompagnano all’interno di un ufficio completamente vuoto, tranne che per una scrivania al centro della stanza, dietro alla quale siede un ragazzino che avrà sì e no diciott’anni. I due energumeni chiudono la porta e si posizionano di fianco a lui. Mi sembra di essere nella versione cipriota de “I Soprano”.

Dopo aver ascoltato le nostre richieste, il ragazzo dietro alla scrivania ci presenta un documento da firmare, scritto in turco. Non sapendo che altro fare, firmiamo e paghiamo. I due omoni, quindi, si staccano dalla scrivania e ci accompagnano verso la nostra auto, che ci aspetta fuori dall’ufficio.

E’ una Peugeot 106, di certo non appena uscita dal concessionario, ma di un bel colore blu turchese, proprio come il mare di Cipro.

Mentre carichiamo i nostri bagagli, ancora non immaginiamo che questo piccolo ammasso di ferraglia azzurra sarebbe diventato un ottimo compagno di viaggio. Che avrei appoggiato sul suo cruscotto i piedi abbronzati, con lo smalto rosso mangiato dalla sabbia, dopo una nuotata in una delle spiagge più belle che abbia mai visto, a Karpas, una lunghissima penisola sabbiosa e selvaggia, quasi deserta, protesa verso est come un dito di terra che indica l’Asia. Al ritorno avremmo accostato sul ciglio della strada e saremmo scesi per osservare in silenzio un tramonto eccezionale.

La nostra auto color del mare ci avrebbe aspettati, tranquilla, la sera davanti al bed and breakfast, mentre chiacchieravamo con il proprietario mangiando olive verdi e pane al pomodoro, accompagnati dall’immancabile helimi, il saporito formaggio di capra tipico di Cipro. Non potevamo ancora immaginare che avrebbe “fatto la guardia” mentre ci aggrappavamo alla rete di filo spinato che circonda Maras, una vera e propria città fantasma, abbandonata da quasi cinquant’anni, da quando gli abitanti greci sono scappati in fretta e furia dall’esercito turco che, in breve, avrebbe occupato la parte settentrionale dell’isola.

Non sapevamo nemmeno che ci avrebbe riportati al bed and breakfast con la pancia sul punto di scoppiare, dopo una cena in un ristorantino nel porto di Kyrenia, dove avremmo dato l’assalto all’orata più grande che si sia mai vista. O che sarebbe rimasta posteggiata in disparte, testimone di un’infinita partita a carte accompagnata da numerosi bicchieri di raki, tra quattro anziani davanti a una meyhane, una piccola taverna; noi, nel frattempo, ci saremmo addentrati nelle vie di Famogosta, accarezzati dalle bandiere rosse con il volto di Ataturk che sventolano dai davanzali, e ci saremmo arrampicati su fino alle mura costruite dai veneziani: alte, ma non abbastanza per impedire l’invasione ottomana.

Una settimana dopo saremmo tornati alla stazione di servizio e avremmo riconsegnato le chiavi al ragazzo dietro la scrivania. Avremmo riattraversato la linea verde a Ledra Street, fino alla parte europea dell’isola. Di là, un anonimo autonoleggio Hertz.

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