Poche persone che conosco hanno visitato Belfast. La maggior parte la ricorda per le immagini della guerra civile, viste al telegiornale o sui quotidiani. Immagini di barricate nelle strade, di pub incendiati dall’esplosione di una bomba, di carri armati, di cariche della polizia di Sua Maestà, di ragazzi poco più che bambini che lanciano molotov fabbricate in casa, sui tavoli delle cucine cattoliche.
Foto e video di quelli che – ironicamente – erano stati chiamati i “Troubles” (i problemi), ma che altro non erano che una guerra vera e propria nella civilissima Europa, nel civilissimo Regno Unito.
Belfast era sulla mia lista dei biglietti aerei da comprare da una vita. I “Troubles” li ho seguiti, nella loro fase finale verso la pace, quando ero una ragazzina delle medie e dei primi anni delle superiori. L’interesse per questa violenza assurda, che avveniva a due passi da casa, ha alimentato in me il bisogno di comprendere la realtà, di vederla, ascoltarla, analizzarla e raccontarla, per farmi diventare, poi, una giornalista.
I tempi dei Troubles sono ormai lontani, fortunatamente, ma l’occasione di prendere quell’aereo per Belfast è arrivata tardi comunque. Non era facile trovare qualcuno che venisse con me: “Un viaggio a… Belfast?! Ma perché”, era la classica risposta. E anche nei momenti in cui ho pensato di andare da sola, cosa che ormai faccio sempre più spesso, non è arrivata la combinazione giusta di date, voli a buon prezzo, stagioni.
Quella combinazione l’ho fatta arrivare in un momento molto particolare della mia vita, il momento in cui ho lasciato il lavoro che avevo sognato inutilmente per molto tempo e che era arrivato, invece, quando ormai non me ne importava più niente perché avevo deciso, invece, che volevo – dovevo – essere una persona libera. Me l’ero imposta, forse anche per proteggermi da rifiuti e delusioni, dopo che ne avevo subiti così tanti. Ho dato, quindi, un calcio al posto fisso che mi stava inchiodando alla scrivania di una redazione dalla quale non uscivo mai e in cui non scrivo quasi niente. Quel posto fisso, però, di cui sarebbe orgoglioso ogni padre. Quello di cui era orgoglioso mio padre.
Quattro giorni dopo aver lasciato il lavoro sono partita da sola per Belfast, proprio la città che aveva contribuito a rendermi una persona curiosa verso il mondo e a portarmi verso la strada del giornalismo. Mi sono presa tutto il tempo per viverla, non per visitarla.
Ho affittato una casetta di mattoni rossi vicino a Ormeau Road, nella parte sud della città, appena fuori dalla cerchia del centro. Un quartiere tranquillo, affacciato sul fiume Lagan, dove le persone passeggiano nel grande parco, sbirciano le vetrine dei charity shops che vendono per beneficenza vestiti usati, ed entrano in una delle tante caffetterie della zona, uscendone con bicchieroni di caffè da asporto e ottimo soda bread appena sfornato, il pane tipico irlandese.
Presto scriverò una guida dettagliata su questa città con cui ho sviluppato, praticamente da prima che ci conoscessimo, un rapporto intimo. Per ora, però, voglio condividere alcune curiosità – che ho chiamato “segreti” – raccolte durante i miei giorni a Belfast e che hanno resa ancora più speciale questa città, che ha tanto da raccontare e tanto da mostrare.
Oggi Belfast è una città che conserva i segni di un passato traumatico e che fa riflettere su quanto la violenza e la brutalità possano essere letteralmente nel giardino di casa. Ma è anche una città che volta pagina, brillante (nonostante il cielo spesso grigio e piovoso) e vivace, grazie ai tanti festival di arte di strada, a una valanga di murales bellissimi (per quantità e qualità della street art è la città migliore che ho visto finora, pari forse soltanto a Filadelfia) e alla musica dal vivo che si suona nella maggior dei numerosi pub, che alimentano una scena musicale molto interessante, che gli esperti farebbero bene a tenere d’occhio.
Ma ecco i miei 6 “segreti” di Belfast, partendo proprio dal quartiere in cui ho vissuto.
1. Un gazebo nel parco.

A sud del centro di Belfast, oltre il fiume Lagan, c’è il quartiere di Ormeau che prende il nome dal suo grande parco verde dove si può passeggiare, correre, giocare a rugby nei prati o fermarsi a leggere un libro. Nel ‘600 era un bosco di querce ed olmi abitato da lupi, lepri e tassi. Quando la città fu costruita, fu pianificata proprio a nord del fiume per proteggersi dai lupi del bosco, il cui nome deriva dal francese per “olmi vicino all’acqua”.
Dopo essere stato il giardino privato del marchese di Donegall, che qui aveva costruito una magione, lo spazio verde è tornato al pubblico nel 1871 ed è diventato il primo parco pubblico di Belfast. Uno degli angoli più romantici è il bellissimo gazebo in ferro decorato in stile liberty, pensato per ospitare le performance dei musicisti. Persino il famoso musicista Van Morrison, nato proprio a Belfast, veniva qui a suonare il suo sassofono.
2. Il murale delle “vibrazioni” punk.

Là dove c’era un negozio di dischi, in Great Victoria Street, ora c’è un murale gigante con un faccione simpatico che fa la linguaccia e la scritta “Big time punk”. Good Vibrations era il nome del negozio di dischi di Terri Hooley, un capitolo fondamentale della storia che unisce Belfast alla musica.
Ad annunciarne la presenza, per decenni, c’è stato un cartonato di Elvis Presley sul marciapiede, con il dito puntato verso la scala traballante che portava al primo piano dell’edificio, dove si apriva un piccolo e caotico record shop, che era anche un’etichetta musicale dallo spirito libero. Good Vibrations, infatti, era un rifugio e un luogo d’incontro per punk, musicisti disadattati e outsider.
Il negozio divenne il sinonimo della florida scena punk di Belfast e contribuì a lanciare numerose band. Non fece mai molti soldi, ma non era questo il punto. Il punto era la musica. Terri Hooley si considerava un vecchio hippie e amava ogni tipo di musica, dalla classica al country, dalle girl band degli anni Sessanta al reggae. Nel 2023 l’ex negozio e il suo proprietario sono stati omaggiati da un grande murale che riprende una posa iconica di Hooley, la sua linguaccia. Lui che una volta disse: “Il punk è anarchia. L’aspettavo da tutta la vita”.
3. La vetrata horror del municipio.

Tra le vetrate dipinte all’interno della City Hall, il municipio di Belfast nel quartiere centrale detto Linen Quarter, ce n’è una particolarmente macabra. Queste finestre colorate sono recenti, ma si ispirano a quelle delle chiese medievali, reinterpretate con forme e colori più pop. Raccontano vari momenti della storia della città e dell’Irlanda del Nord.
La più impressionante è quella dedicata alla grave carestia che ha svuotato le pance degli irlandesi. Colori vibranti e pieni, questa finestra raffigura uno dei più grandi orrori che hanno colpito l’Irlanda: in gaelico “an Morta Gòr” (la grande carestia) o “an Drochshaol” (the bad life). Questa carestia ha messo in ginocchio Belfast tra il 1845 e il 1849.
Tra le figure rappresentate sulla vetrata ci sono una donna in un cimitero con la testa tra le mani, piegata nella disperazione, padre e figlia che piangono davanti a una pentola vuota, una nave che porta chi può permetterselo verso la speranza dell’America e una mamma con un bambino che cercano, disperati, patate nella terra arida di un campo.
4. Il panorama dalle finestre della biblioteca.

La Linen Hall Library è la principale biblioteca di Belfast e la più antica. Ha due ingressi, su Donegall North e su Fountain Street, ed è ospitata all’interno di un edificio vittoriano che precedentemente era una manifattura di lino. Proprio al lino, economia fiorente in quegli anni, si deve infatti il nome della biblioteca e di tutto il quartiere (il Linen Quarter) che si trova attorno al municipio.
Fondata nel 1788, in una prima fase la biblioteca si trovava di fronte all’edificio attuale, di fronte al municipio, e fu spostata per far posto alla City Hall. E’ dalle finestre del primo piano, quindi, che tra scaffali di legno scuro pieni di libri (molti dei quali sull’Irlanda del Nord e sulle sue vicende politiche) si può adocchiare la vista più bella sull’edificio bianco neoclassico del municipio e una delle vedute notevoli della città.
Gli interni della Linen Hall Library sono decisamente old style: scaffali e sedie di legno scuro e vecchi banconi carichi di fascino. La biblioteca ospita anche una bellissima scala in legno e una deliziosa caffetteria decorata con moquette rossa, ricca carta da parati color pavone e poltroncine imbottite simili a piccoli troni.
5. Nella pancia del pesce gigante c’è una capsula del tempo.

Il quartiere più “sotto osservazione” della Belfast contemporanea è sicuramente il Titanic Quarter, quello cioè che si distende lungo il fiume Lagan nella parte dei docks, i cantieri navali dove, tra l’altro, è stato costruito lo sfortunato transatlantico e dove, dal 2012, c’è un moderno museo dedicato alla nave, diventato una delle attrazioni più richieste della città.
Il Titanic Quarter sta subendo una trasformazione velocissima e il lungofiume si riempie, anno dopo anno, di nuovi percorsi pedonali, edifici avveniristici e opere d’arte all’aperto. Tra le installazioni c’è un enorme salmone lungo dieci metri, chiamato con poca fantasia “Big Fish”. E’ una scultura dell’artista locale John Kindness, che ha ricoperto il pesce di piastrelle creando un mosaico; ogni pezzo è una tappa della complessa storia della città. L’artista ha creato un progetto di comunità, chiedendo ad abitanti e studenti di suggerire soggetti per le varie formelle; si va, quindi, dai protagonisti del processo di pace a Bono degli U2.
Ma la parte che trovo più interessante è quella che non si può vedere. Il maxi salmone, infatti, è anche una capsula del tempo. All’interno della sua struttura sono state sigillate poesie, disegni, articoli di giornale e fotografie raccolti dagli abitanti della città, a cui l’artista aveva chiesto di contribuire con un proprio ricordo o messaggio.
6. Le caramelle di zia Sandra

C’è un luogo davvero dolcissimo a Belfast: l’Aunt Sandra’s Candy Factory, nella parte ovest della città. E’ un laboratorio e un negozio di dolci, condotto dalla stessa famiglia per più di sessant’anni. In questi sei decenni, e ancora oggi, ha prodotto caramelle old style e cioccolatini.
All’interno del candy shop si possono vedere le macchine originali per fare le caramelle vintage in maniera tradizionale, oppure la lavorazione a mano di fudge e zuccherose candies come le classiche a strisce bianche e rosse che vediamo nelle pubblicità degli anni Cinquanta. Vista la popolarità acquisita dal negozio, all’esterno si creano spesso lunghe code.
Uno dei periodi più affollati dell’anno è quello attorno a Halloween, quando il laboratorio di zia Sandra produce più di 100mila mele caramellate laccate di glassa rossa. Le ricette, per tutto questo tempo, sono rimaste quelle originali. Tra le sue golosità più richieste ci sono il Belfast fudge, il fudge all’Irish cream, i ruspberry ruffles e la toffee più antica d’Irlanda, l’iconica “yellow man”.
words and photo credits: ©SerenaMarchini




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