New York Storie

Una sera a Soho, invisibili

diner new york

Bevevamo prosecco in una notte di ottobre a Soho. Marily mi stava dicendo che le piace stare a New York perché qui non è nessuno.

Era una sera calda, molto più calda del normale in quella stagione. Avevamo passato un’ora a camminare a caso nel quartiere, tra Prince e Spring Street. Perché camminare senza meta per Soho era una delle cose che a Marily piaceva di più fare.

“Non sono niente. E va bene così”, diceva. E io la capivo benissimo.

Ci eravamo fermate in questo bar minuscolo su Lafayette. Ci piacevano le luci in mezzo al cespuglio di rose che incornicia la vetrina. Sedevamo a un tavolino con le sedie di metallo.

“C’è così tanta gente che nessuno fa a caso a me. Non importa come sono vestita, cosa faccio, dove vado. Nessuno mi conosce. A nessuno frega niente. Lo trovo liberatorio”.

Chiamai il cameriere per un altro bicchiere di vino.

“Forse se fossi molto alta o molto grassa mi si noterebbe di più – continuava – Ma mi vedi. Sono di statura media e peso medio, quasi banale. Non attiro l’attenzione. Sono triste per quelle persone molto alte o molto grasse. Non possono nascondersi. Sono sempre la prima cosa che vedi quando entri in una stanza o sali sull’autobus. Tutti o quasi si girano, o guardano almeno con la coda dell’occhio. Ma io no. Ho il privilegio di passare inosservata”.

Lo sento anch’io. Entrando in metropolitana. Camminando lungo la Lexington. In coda alla cassa di un bar davanti a un barista che dopo un attimo mi avrà dimenticata. Seduta su una panchina mentre decine di persone mi passano davanti ogni minuto. In mezzo alla folla sono una goccia, una particella d’aria ed è così bello essere irrilevanti.

Sono libera di non essere nessuno di speciale, un semplice osservatore. Un narratore fuori scena.

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